VITTORIO SGARBI

PRESENTA

“ENTROPICO”

MOSTRA PERSONALE

Roma, Palazzo Velli

02/04 OTTOBRE 2020

 

 

E’ la seconda volta che presento Marcello Vandelli. In una diversa situazione, in una grande villa bolognese, con una serie di opere, mi sembrava, più convenzionale di queste. Qui vedo una originalità e una ricerca che dimostra coraggio. La cosa che mi colpisce, oltre l’entusiasmo, la vitalità, il piacere e anche la forza comunicativa di Vandelli, se guardate con attenzione queste opere, è che noi comprendiamo, come per un artista del passato, che si tratta della stessa mano, ma senza che lui faccia nulla per riconoscersi attraverso un modello come un riferimento riconoscibile.

Un artista generalmente fa sempre lo stesso quadro, Morandi fa lo stesso quadro, Fontana fa lo stesso quadro, Burri fa lo stesso quadro, perché hanno trovato una formula vincente, Botero fa tutto il mondo ingrassato, perché la cosa fondamentale per un artista è quella di essere riconosciuto. Occorre dire è un Morandi, un De Chirico, è un Vandelli…

Per cui un artista che non trova una formula o una cifra in cui farsi riconoscere è coraggioso, perché rischia di non essere riconosciuto.

Intanto, lui ha fatto una scelta molto intelligente che è quella di fare dipinti dello stesso formato: è il formato che ci dice sulla parete come il quadro ha un suo spazio e un suo racconto, sulle forme, sui simboli, sulle immagini. I colori  sono i colori di Vandelli, il disegno è il disegno di Vandelli, ma Vandelli non sarà mai così vile da dire “io faccio sempre lo stesso soggetto”, in maniera tale che stile e immagine coincidano.

Se pensate a Capogrossi con le forchette, a Campigli… tutta la pittura del Novecento è una pittura che si umilia a rinunciare a raccontare il mondo, la fantasia, i sogni, per una formula che sia di immediata riconoscibilità, e con questo io posso dire che quello è Schifano, quello è Morandi.

Vedo su queste pareti quello che è una unità nel formato, le opere sembrano pensate per questo spazio secondo una misura mentale che dà il segno di una ragione, di un ordine che non corrisponde, invece, al suo modo spontaneo di porsi.

Non c’è nessuna spontaneità nel senso di farsi amare. Il contatto così immediato, così fisico del suo temperamento lo rende amico. C’è invece la disciplina di chi pensa che la pittura debba essere una realizzazione di un pensiero coerente e quindi, guardando vedo una disposizione precisa, come nella pittura dei grandi maestri ci sono il polittico o il trittico, secondo una simmetria. Quindi da un lato c’è simmetria, c’è misura, disciplina, dall’altro lato c’è, dentro quello spazio che la cornice delimita, la necessità di raccontare i sogni, la fantasia, che sono tanto vitali quanto più sono vari, tanto meno sono ripetitivi. Lo si capisce anche da come vive.

La cosa che più teme Vandelli è la noia.

Gran parte delle vite sono noiose, sono ripetitive, sono meccaniche, la persona che ha un lavoro tende a fare ogni giorno la stessa cosa.

L’idea di fare l’artista per Vandelli è l’idea di non avere nessun obbligo a seguire dei ritmi che sono sempre gli stessi quindi la fantasia è senza limite e lui vuole ogni volta raccontare la sua fantasia, i suoi sogni dentro lo spazio del dipinto. Ogni volta lui reiventa lo stile pur avendo una forma che è riconoscibile nel disegno e nella scelta dei colori. Può essere che lui sia un artista.

Oggi è molto difficile stabilire chi è un artista, se è un Tribunale del Popolo, se è una quantità di persone che acquistano i suoi quadri, se è un temperamento così singolare da essere riconosciuto come si dice di un artista perché è stravagante o bizzarro, però credo che questo sia un dato sociologico; nella definizione di artista, rispetto ai tempi, sono cambiate alcune regole, quindi non c’è più un committente o qualcuno a cui l’artista deve rispondere. Sono più di cento anni che l’artista è libero di fare quello che vuole. Alcuni si affermano, altri non si affermano.

Credo che la cosa che più colpisce sia che Vandelli non conceda niente all’immagine facile dell’artista bizzarro, capriccioso, drogato, con comportamenti stravaganti. C’è il suo carattere che è sufficiente e poi c’è la sua interiorità che è evidentemente molto ampia, c’è da raccontare l’esperienza della vita e la pittura è esattamente questo. Come un diario quotidiano di emozioni, di occasioni, di incontri.

Dal primo quadro fino in fondo ravviso, guardando e commentando per quello che vedo, l’ordine che lui ha dato alla scelta dei suoi quadri e poi la dirompente liberazione di immagini che sta dentro a queste cornici.

Un altro elemento importante rispetto al suo destino e alla sua volontà di essere artista è che non è neppure così facile capire che cosa ha guardato e quali sono i suoi riferimenti. Per un attimo ho pensato a Schifano, ma è una suggestione, per un altro lato ho pensato a Angeli. Sembra che questa sia la continuazione della Scuola Romana di Festa, Angeli, Schifano, sia negli smalti sia in queste immagini bianche dominanti, nei contorni delle figure che vengono poi inghiottite nel colore. E può essere… però certo in modo originale.

Non è un seguace di Schifano, un seguace di Festa, un seguace di Angeli, e d’altra parte, rispetto a loro, non ha nessun intendimento ideologico. Non è una pittura che si contrappone alla realtà o indica una sovversione o una rottura di uno schema, non c’è neanche quella volontà; gli artisti pensano di inventare sempre cose nuove, lui si è reso conto che non si può pensare di rompere e provocare, quindi ha un pensiero e cerca di restituirlo con un’immagine originale.

Ogni volta il dipinto ha una originalità che si intende come una sfida, una sfida con se stesso, la necessità di raccontare qualcosa senza farlo come ieri o l’altro ieri, Vandelli non fa una serie di dipinti, come invece era il tema di Schifano.

Se guardate questa parete vedete tre stili diversi e una forma sola, una sola idea che è quella del segno, del disegno, del colore, ma con soggetti totalmente diversi e, in fondo, anche uno stile che mi sembra connotare una dimensione psicologica che non è quella della ripetizione.

Lui sfugge alla noia, vuole proporre qualcosa che sia una provocazione di racconto, una storia che tu guardi e cerchi di capire cosa sia. In effetti guardando ho cercato di capire se volesse dirmi qualcosa, comunicarmi un messaggio, non c’è la volontà e la propaganda di essere dalla parte del giusto; spesso i pittori sono legati a parti politiche che combattono per utopie o ideali. Anche qui non vedo che ci siano particolari combattimenti. La società nella quale vive gli piace, gli consente di esistere, gli dà spazio. Non è un sovversivo, ma non è neppure un accademico. Farò fatica a dare una definizione. Io stesso oggi tornando non ho collegato quello che vedo con i dipinti che ho visto la volta precedente: questi mi sembrano più ordinati, più misurati, più corrispondenti a un progetto. Questo è lo spazio e qui deve darci la sua visione del mondo. Lo ha fatto in maniera generosa, in maniera doviziosa, senza risparmiarsi.

Pensare dove arriverà? Certamente da qualche parte arriverà, perché l’energia che egli esprime è quella esattamente di chi vuole essere riconosciuto come artista e con determinazione l’obiettivo si raggiunge. Occorre poi che queste opere trovino l’attenzione di un mercato perché i mercanti sono necessari nel mondo dell’arte, mancando i committenti è necessario che qualcuno si occupi della distribuzione, quindi il rapporto tra un artista e un mercante è obbligatorio, non è che uno in quanto è autonomo è libero e in quanto ha un mercante lo è meno. La connessione che prevede anche magari la figura del critico che deve in qualche modo giustificare quel rapporto, è la connessione tra chi inventa, crea, vive e chi si occupa di far conoscere quello che ha fatto.

Da questo punto di vista tutti i parametri per riconoscere la malattia dell’arte in Vandelli ci sono, come un paziente di un medico che lo considera un vero malato dell’arte. Che questa malattia, poi, sia una condizione di salute per un artista, cioè di capacità di far sentire la sua interiorità, si vede nel fatto che non è un pittore consolatorio, non è neanche un pittore disperante, ma non fa composizioni che siano rassicuranti, semplici, misurate, familiari, tende a stridere, a creare un effetto di emozione, di liberazione di una sensibilità.

Mi pare che siamo davanti a una personalità a cui il tempo giova, che non mancherà di sorprenderci e che per non annoiare se stesso non annoierà neanche noi. Saremo sempre sorpresi da quello che viene facendo e credo che avrà per l’avvenire le giuste sorprese che si merita.

Vittorio Sgarbi


MARCELLO VANDELLI

mostra personale

PRESENTAZIONE LIBRO

“il maledetto angelico”

IN COLLABORAZIONE CON nEW FORMAT ART

Roma, Palazzo Velli – 31 OTTOBRE 2019

 

“IL MALEDETTO ANGELICO – Vita d’Artista”

con testi di Angelo Crespi, Paolo Levi e Vittorio Sgarbi

distribuzione: LaFeltrinelli.it

ISBN 978-88-943970-2-4 (italian version)

ISBN 978-88-943970-4-8 (english version)

 

IL MALEDETTO ANGELICO

L’affabulazione pittorica di Marcello Vandelli reca in ogni contesto
visivo un messaggio di sottesa spiritualità. Vale a dire che l’autore di questi dipinti percepisce la sofferenza dell’uomo, e la sua assoluta precarietà nella solitudine terrestre. Con la modulazione amara dei suoi lavori – eseguiti mirabilmente a punta di segno e di pennello – sembra aderire all’intuizione filosofica di Spinoza, ossia che l’essere umano è particella divina del Creato.

A chi pone a Vandelli il quesito su cosa rappresenti per lui il colore, risponde: Lamento. Nei tempi oscuri in cui viviamo imprestati, solo sulla presenza e la sofferenza umana vale la pena di interrogarsi. Nell’attuale contesto dell’arte contemporanea, Marcello Vandelli rappresenta un caso rivelatore, non dissimile dal personaggio biblico Giobbe.

Soffrire è ingiusto, e si trovano difficilmente risposte al nostro interrogarsi. Il visionario Vandelli, per parte sua, risponde in chiave pittorica di ambito Surrealista. È un agnostico spirituale, che in alcuni approdi figurali tende a varcare la soglia del nichilismo.

Sembra di seguire in certi contesti il messaggio di Paul Celan quando in alcuni versi si interroga: Se il Nulla / esiste proprio / perché per Lui morire? Forse Vandelli, in ogni occasione di ispirazione, esorcizza il Nulla investendolo di forme e di colori.

Solo nel territorio pittorico atonale dove prevale il colore Blu, ci sarebbe da soffermarsi a lungo. È un timbro cromatico puro, rivelatore della essenza interiore del suo estensore. Talentuoso nel renderlo squillante, vibrante come se la mano non fosse sua, ma appartenesse a quella timbrica e vibrante di Yves Klein. Solo in apparenza è colore sin troppo usato. In verità testimonia l’infinitezza del cielo sereno, che diviene per un istante blu prima del tramonto e dopo il sorgere augurale dell’alba. Il Blu di Vandelli è l’assommarsi magico di atmosfere astratte chiuse entro gli anfratti della sua intuizione, ma pronto a uscire allo scoperto e contendere col Vuoto.

Per lui dipingere è una sorta di paracadute. A una percezione attenta le sue creature sono, in verità, angeli volanti, microcosmi di un magma pittorico sussurrato in chiave di inedita scrittura figurale, liricamente astratta. Ne indaghiamo il territorio di tratti cromatici, lamenti creativi, allusioni disincantate, rivelate ed evidenziate in didascalia come presenze arcane di suggestivo e pregevole valore narrativo. Si tratta della coniugazione dinamica di situazioni simboliche di assenza–presenza, di avvertimenti visionari, di un’umanità orfana, in alcuni contesti espressivi rivelata da Vandelli in chiave ludica di sberleffo, come redenzione dall’Assurdo.

Ponendo l’una accanto all’altra tutte le opere di Marcello Vandelli, viene in luce lo struggente percorso di un pittore essenziale che apre lo scrigno amaro dei suoi segreti. Rivela il suo essere severo affabulatore e nel contempo estroverso e surreale giocoliere. Un eretico che sogna ad occhi aperti, rivelando con garbo i propri incubi.

È come tutti noi un autodidatta della vita, ma con la capacità di esprimere visivamente i suoi stati emotivi, come stazioni che scandiscono il suo respiro di viandante privato del lusso di approdi sicuri. È artista allarmato e disarmato dalla cosmica impostura della vita. Poteva nascere in qualsiasi epoca della nostra storia, poiché è cronista disincantato di Amore, Vita, Morte, Guerra, e anche di Festa con coriandoli.

Marcello Vandelli è un Maledetto Angelico, dallo sguardo di sornione malinconico. Compone formule visive con frammenti Dada di scacchiere incongrue, dove ogni costrutto mette in evidenza la sua maledetta innocenza, avvertibile nello spericolato territorio che separa il sarcasmo dal nichilismo. Esprime in ogni contesto visionario essenzialità sapiente nel bilanciare la sua spavalderia con l’alchimia segreta, non facile da cogliere nell’immediato, delle sue emozioni, delle sue passioni, delle sue paure, delle sue repulsioni, delle sue memorie, dei suoi amori, e forse persino delle sue speranze.

– Paolo Levi –

 

In each and every visual context, the pictorial narration of Marcello Vandelli entails a message of underlying spirituality. In other words, the author of these paintings perceives human suffering and its absolutely precarious nature in the solitude of this world. With the bitter modulation of his artworks, wonderfully executed with signs and brush strokes, he seems to resemble Spinoza’s philosophical intuition of human being as the divine particle of Creation.

When asked what does colour represent, Vandelli’s answer is: Lament. Being temporary individuals living dark times, only human presence and suffering is worth questioning. In the current context of contemporary art, Marcello Vandelli is a revealing symbol, not dissimilar to the biblical Job.

Suffering is unfair, and answers to our questions are difficult to find. Vandelli, the visionary, gives his answer with Surrealistic painting. He is a spiritual agnostic, which in some figural approaches tends to cross the threshold of nihilism.

In certain contexts, he seems to be following Paul Celan’s message when, in some verses, he wonders: If the Void / really exists / why dying for it? It might be that Vandelli, on every occasion of inspiration, drives out the Void by giving it shapes and colours.

One could linger about the atonal paintings in which colour Blue prevails. It is a pure chromatic tone, revealing the inner self of its author. Brilliantly making it bright and vibrant as if painted not by his own hand, rather with Yves Klein’s vibrant and shaped strokes. At a first look, there is a much wide use of colour, but actually this colour resembles the endlessness of a clear sky that gets blue in the very moment before sunset and right after dawn. Vandelli’s Blue is the magic embodiment of abstract atmospheres locked in the abyss of his intuition, which are ready to be brought to light and challenge the Void.

Painting is to him as a sort of parachute. To a careful perception, his creatures are, in truth, flying angels, microcosms of a pictorial magma whispered as a figurative, unprecedented, lyrically abstract representation. We explore this territory of chromatic traits, creative laments, of revealed and disenchanted suggestions reported in the titles as a mysterious presences of evocative and refined narrative value. It is a powerful fusion of symbolic situations of absence and presence, of visionary warnings, of deprived humanity, which in some expressive contexts Vandelli reveals in a playful sneer, as a redemption from Absurdity.

By putting together all the works of art by Marcello Vandelli, what comes to light is the poignant journey of an essential painter who opens his bitter treasure chest. They reveal his double nature of severe persuader and extrovert and surreal enchanter. A heretic daydreamer, who gracefully reveals his nightmares.

Like all of us, he has learned the lessons of life on his own, and still he is able of visually expressing his feelings, that turn into places to define his breath of sailor with no safe harbour. He is a concerned and powerless artist facing the cosmic deception of life. Disenchanted chronicler of Love, Life, Death, War, but also of a Parade with confetti, he could have been born at any time in our history.

Marcello Vandelli is a Maledetto Angelico (1), with a languishing, sly look. He forms visual compositions fused with Dada fragments of unequal chessboards, where each construct highlights its evil innocence, perceived in the reckless territory that fills the space between sarcasm and nihilism. In each visionary context, he expresses essential wisdom in balancing impudence and the secret experimentation, not easy to immediately grasp, of his emotions, passions, fears, repulsions, memories, loves, and perhaps even his hopes.

traduzione di Silvia Tamanini

(1) The title is a wordplay based on Fra Angelico, Italian painter of the Early Renaissance, whose Italian name is Beato Angelico (Blessed Angelic One). To describe his ambivalence, the artist is here defined with the oxymoron Maledetto Angelico (Evil Angelic One).


MARCELLO VANDELLI

mostra personale

“l’apparenza e l’essenza”

Con la presentazione di Angelo Crespi

Roma, Palazzo Velli – 27 febbraio 2019

L’apparenza e l’essenza nell’opera di Vandelli. Tra Licini e Schifano di Angelo Crespi “Decipit prima frons multos”, scrive Fedro, la prima impressione spesso inganna. Ma anche no. Talvolta l’apparenza infatti coincide con l’essenza ed altre volte, similmente, l’essenza si manifesta ed appare senza tema ben oltre l’apparenza.

Questo sottile dilemma spiega l’immagine scelta da Marcello Vandelli per la sua personale di Roma. Egli appare su un destriero bianco in posa di imperatore, l’elmo piumato di rosso, nella mano alzata non il gladio bensì alcuni pennelli a mo’ di fiaccola e, al posto della bisaccia, barattoli di vernice; sullo sfondo il Colosseo dipinto.

A metà tra la statua equestre di Marco Aurelio e il Brancaleone di Gassman, sta dunque il personaggio surreale che si è scelto Vandelli per auto rappresentarsi in questa discesa antimodernista dentro i meandri della capitale; e fa l’effetto di quando Battisti e Mogol nel 1970 decisero di attraversare l’Italia a cavallo, da Milano a Roma, scoprendo lo strapaese che resisteva nelle provincie e nelle borgate cantate con tono epico da Testori e Pasolini.

Sembra uscito, Vandelli, dal colorificio Poggi, dietro il Collegio Romano, dove Memmo tra una chiacchiera e l’altra serviva Balthus e Schifano. E proprio Schifano è uno dei miti a cui guarda Vandelli che, fosse nato trent’anni prima, sarebbe stato di certo uno della schiatta della pop art romana, non solo per i modi, in cui goliardia e follia ben si mescolano, ma per il tipo di pittura in cui la modernità coi sui miti e i suoi loghi viene inglobata nella grande tradizione della pittura italiana e vira non alla flatness come Oltreoceano (si pensi a Warhol), semmai esondando nell’informale ci appare familiare.

Ci sono opere, tra quelle meno recenti o anche, per esempio, tra quelle in mostra (“Le muse inquietanti” o “La pura carne”), che sono quasi dei calchi di alcune tele del miglior Schifano, ed altre con le siluette in negativo di uomini che ricordano Renato Mambor, o di donne che richiamano i lavori di Giosetta Fioroni. Il tutto accelerato e centrifugato dalla contemporaneità più stretta, e da una originalità intrinseca del pittore modenese che lo fa nobile discendente del fauvismo padano alla Ligabue.

Certo, l’aspetto più visionario – ben colto da Vittorio Sgarbi – non può che farci riandare al Licini di Amalassunta, cioè a quel figurativismo fantastico di quando il pittore marchigiano negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento tornò dall’astrattismo a una figurazione densa di richiami onirici e mitologici. Prima frons decipit…

Non dobbiamo però farci ingannare dallo scherzoso tono con cui Vandelli si presenta, neppure dall’esondante tavolozza di cui maschera i propri intenti, piena di colori in cui prevalgono i rossi e gli aranci, piuttosto soffermarci sull’essenza di un lavoro che ha un forte substrato politico (si veda “I deboli sono destinati a soffrire”), che evidenzia una tensione civile (“Laboratorio umano”), ed anche uno sfondo lirico esistenziale (“La vita che non vedi” o “L’arte di essere fragili”) che può addirittura sfociare, a tratti, nel religioso (“Nessuno si salva da solo”).

Nell’insieme, un’opera di grande espressività, di esuberante creatività, di irriducibile simbolismo nella quale in molti casi il simbolo verte al segno e l’aspetto cromatico diventa elemento centrale. E torniamo all’inizio: “apparenza” ed “essenza” coincidono, e nello stesso tempo la seconda nega la prima, o forse è la prima che esalta la seconda, così che nel districarsi dell’endiadi il nostro sguardo si perde innamorandosi tra colore, forma, senso.

Angelo Crespi


MARCELLO VANDELLI

mostra personale

“la lingua geniale”

Con la presentazione di Vittorio Sgarbi

Bologna, Villa Benni – 5 maggio 2018

“… Perché se una cosa è importante per l’arte è di assomigliare alla vita. Un artista è vero quando le sue opere riguardano la vita. Un artista decorativo, lontano o incapace di raccontare il suo dramma non è un artista. È una delle ragioni per cui Van Gogh è un artista tanto amato ed è una delle ragioni per cui tutti conoscono L’urlo di Munch. L’urlo di Munch è una condizione interiore in cui si specchia un pittore che mostra di essere in grado di affrontare il dolore, una condizione di umiliazione o di angoscia. Per cui l’arte moderna tende ad essere uno specchio della vita e un artista è tanto più grande quanto più riesce a superare il confine tra arte e vita.

Forse per questo io, da critico d’arte, sono diventato anche critico di vita e ho potuto sentire parole come quelle di Serradifalco, e anche come quelle di Vandelli che non è contento di me perché sono un critico d’arte, ce ne sono tanti, ma è contento di me perché sono Vittorio Sgarbi, cioè uno che testimonia con la sua vita il suo pensiero, anche nell’arte, opponendosi spesso a false figure di artisti o fame usurpate.

Fatta questa premessa, entro qui dentro, in questa villa che non conoscevo, vedo i quadri messi sui cavalletti (cavalletti che mi sembrano anche solidi, quindi ci si è impegnati per realizzare qualcosa che potrà essere spostato anche altrove, senza dover insistere sopra muri storici) e la prima cosa che ho pensato vedendo le opere di Vandelli è che c’è la pittura. È un pittore che usa la pittura su superfici di tela, ma soprattutto superfici di tavole e, quindi, colore smaltato che in certi momenti richiama la tradizione dell’ultima pittura romana che è quella di Schifano, di Angeli. E poi mi ha raccontato alcuni quadri indicando dei riferimenti memorialistici (quello è un dipinto che ricorda gli episodi di alcuni amici, questo è un dipinto che ricorda la pienezza della donna, questo è un dipinto che ricorda un incidente), momenti che Vandelli blocca sul dipinto per raccontare appunto la sua vita. C’è un’autobiografia in queste tavole, in questi dipinti.

Ma la cosa poi seconda che mi ha colpito, oltre alla pittura e al colore, è che non ci sono volti. Sono dipinti in cui non si vedono delle facce, non ci sono ritratti, non ci sono facce, solo delle sagome. Anche dove la donna si mostra nella sua pienezza, ha le gambe aperte , si offre ma non ha un volto.

Io, che ho per la pittura di ritratto una particolare predilezione perché è lì che senti, nel volto, l’anima dell’artista, mi chiedo che cosa abbia tenuto Vandelli così lontano dal volersi specchiare in un volto o specchiare il suo volto in quello di una persona ritrattata.

E’ un’umanità senza volto, è un’umanità dove sono tutti uguali, fatta di persone distinte, ma che lui riserva solo per la sua dimensione interiore, le tiene per sé, non le mostra agli altri. E’ questa la cosa che mi ha colpito di più, diciamo l’idea di vedere spazi, di vedere sagome, di vedere forme umane… C’è un rapporto tra la figura e lo spazio, ma quella figura potrebbe essere chiunque di noi. L’uomo nella sua identità democratica, cioè quella per cui non c’è un popolo di gente che non è nessuno e invece alcuni che sono tutto.

Oggi, tolti gli artisti che riescono ad affermarsi, uno è uguale all’altro, uno vale uno, e forse Vandelli nella sua pittura intende rappresentare un’umanità che ha dignità però non ha volto, non ha quindi una forza individuale che meriti di essere rappresentata. Buona parte della pittura del passato è fatta di eroi, Carlo V, Filippo II, Cristo, la Maddalena, sono ognuno personaggi che per la storia che hanno vissuto o nella leggenda che rappresentano, sono emblemi per noi, sono uomini, sono donne, per tutti. Oggi forse non c’è più quell’uomo, tanto è vero che non ci sono più monumenti equestri, monumenti nelle piazze, ritratti.

I ritrattisti sono generalmente dei pittori che fanno poco più di quello che fa la fotografia, cioè fanno ossequio a qualcuno che gli paga il dipinto; appena vedi il ritratto di qualcuno senti che suona falso perché è come se la pittura volesse amplificare il valore di uno che in fondo non è tanto più degli altri. E quindi ci sono alcuni pittori di ritratto, penso a Ulisse Sartini per esempio per gli ultimi, in passato ci fu Annigoni o Donizzetti, che sembrano attribuire più importanze di quella che hanno le persone perché il loro compito è di celebrare qualcuno che gli ha chiesto un ritratto.

Un pittore libero fa fatica a fare un ritratto perché dovrebbe trovare una persona che se lo merita. E quindi questo Vandelli lo ha evitato. Però l’umanità c’è, ci sono i sentimenti, ci sono le emozioni, c’è il dolore, c’è la felicità, c’è la sofferenza; la pittura deve continuare a rappresentare quelle condizioni, ma per chiunque, alla pari, così come in un ospedale non ottiene più cure chi è più ricco. Gli ospedali sono i primi luoghi in cui il popolo assume una dimensione democratica…”

…”gli individui hanno assunto una dignità sempre più alta e questa pittura è una pittura democratica che attribuisce agli individui una pari dignità senza distinguere con gerarchie che indichino uno più grande dell’altro. La gerarchia rimane soltanto quella personale, per cui tu vuoi mostrare il volto o il corpo di una persona che ti è cara. L’amore può generare un dipinto che è pieno di un sentimento personale, quindi non è escluso che nel percorso dell’artista ci possa essere un momento in cui lui stabilisce chi è importante per sé, attribuendogli una maggiore distinzione. Per intanto, qui, Vandelli ha fatto una presentazione molto ampia e molto variegata di un’umanità di uguali che sono anche i suoi amici, gli amici morti, gli amici che hanno avuto un incidente, il urlo che lui mi raccontava prima, in fondo sono valori del suo cuore, ma nella pittura devono diventare qualcosa che ha un significato simbolico, quindi astratto, quindi emblematico, che possa valere anche per noi. Non ha senso che io parli di quello che è toccato a me, devo parlare di qualcosa che tocca tutti, e in quel momento il quadro diventa la presentazione di una condizione umana che ognuno può condividere. Credo che sia questo il punto cui è arrivato Vandelli.

I quadri hanno una buona armonia cromatica, sono di grandi dimensioni, che è importante perché il pittore si applica a un corpo a corpo con il dipinto. Sente la necessità di mostrare di avere il quadro davanti come se avesse una persona, appunto, con cui dialogare , con cui misurarsi. E quindi la grandezza dei dipinti è la volontà non di fare un quadretto alla Morandi, come il mio amico Serri potrebbe pensare, un modo per non chiudere in un piccolo spazio un’emozione interiore, ma sono quadri grandi perché l’artista vuole mettersi in gioco, vuole giocare una partita importante, far sentire che la pittura che esprime vuole investire anche gli altri, non è soltanto una sua riflessione, una sua meditazione interiore.

Queste sono le meditazioni che mi vengono naturali vedendo queste opere, tanto più che essere stabiliscono un contrasto evidente con l’ambiente in cui sono; farebbero sicuramente un altro effetto forse in uno spazio prettamente vuoto e bianco, forse potrebbero addirittura essere più valorizzate perché prenderebbero campo loro, mentre qui sono disturbate da cornici, porte, quadri che sono addirittura di dietro e, può darsi talvolta che il quadro che è di dietro abbia un’intensità spirituale superiore. Ma come ogni artista, un artista non guarda gli altri artisti con misericordia, li cancella, coprendo anche tre o quattro quadri che potevano competere con le sue opere e avere una buona ragione.

E questo, come dire, asfaltare, superare il passato non è una forma di maleducazione o di prepotenza, è una forma di orgoglio per quello che uno fa. Dice: – questo è il mio momento, questo è il mio compleanno, questo è il momento in cui Sgarbi parla di me, quindi io devo parlare con voi, gli altri hanno già parlato o parleranno -.

Per cui è una buona giornata anche per me, che mi muovo tra antico e moderno, tra arte e vita, … che prendo atto dell’incontro con Vandelli e di questa pittura senza volto perché occorre che qualcuno meriti di avere un volto. Avere una faccia è qualcosa che uno deve conquistare. Molti anche se hanno una faccia, non ce l’hanno e quindi tanto vale non dargliela.

In questa visione democratica e insieme anche un po’ superiore rispetto alla realtà, Vandelli si mostra a noi con la misura di chi non vuole strafare, vuole dire qual è il suo pensiero rispetto alle cose e raccontarci stati d’animo, sentimenti, emozioni senza rivelare fino in fondo il suo segreto. Verrà in un altro momento.

D’altra parte anche Schifano, a cui lui assomiglia in parte, non era stato un grande pittore di ritratti, ma quando poi ha fatto il volto di Moravia ne ha fatto sentire la spiritualità, quando ha fatto il suo ritratto ne ha fatto sentire la dimensione divisa. quindi ci sarà anche un momento in cui, finalmente, Vandelli ci farà vedere il suo volto insieme ai volti dei tanti che sono stati vicini a lui.”

Vittorio Sgarbi

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