VANDELLI

mostra personale

“la lingua geniale”

Con  presentazione di Vittorio Sgarbi

Bologna, Villa Benni – 5 maggio 2018

 

“… Perché se una cosa è importante per l’arte è di assomigliare alla vita. Un artista è vero quando le sue opere riguardano la vita. Un artista decorativo, lontano o incapace di raccontare il suo dramma non è un artista. È una delle ragioni per cui Van Gogh è un artista tanto amato ed è una delle ragioni per cui tutti conoscono L’urlo di Munch. L’urlo di Munch è una condizione interiore in cui si specchia un pittore che mostra di essere in grado di affrontare il dolore, una condizione di umiliazione o di angoscia. Per cui l’arte moderna tende ad essere uno specchio della vita e un artista è tanto più grande quanto più riesce a superare il confine tra arte e vita.

Forse per questo io, da critico d’arte, sono diventato anche critico di vita e ho potuto sentire parole come quelle di Serradifalco, e anche come quelle di Vandelli che non è contento di me perché sono un critico d’arte, ce ne sono tanti, ma è contento di me perché sono Vittorio Sgarbi, cioè uno che testimonia con la sua vita il suo pensiero, anche nell’arte, opponendosi spesso a false figure di artisti o fame usurpate.

Fatta questa premessa, entro qui dentro, in questa villa che non conoscevo, vedo i quadri messi sui cavalletti (cavalletti che mi sembrano anche solidi, quindi ci si è impegnati per realizzare qualcosa che potrà essere spostato anche altrove, senza dover insistere sopra muri storici) e la prima cosa che ho pensato vedendo le opere di Vandelli è che c’è la pittura. È un pittore che usa la pittura su superfici di tela, ma soprattutto superfici di tavole e, quindi, colore smaltato che in certi momenti richiama la tradizione dell’ultima pittura romana che è quella di Schifano, di Angeli. E poi mi ha raccontato alcuni quadri indicando dei riferimenti memorialistici (quello è un dipinto che ricorda gli episodi di alcuni amici, questo è un dipinto che ricorda la pienezza della donna, questo è un dipinto che ricorda un incidente), momenti che Vandelli blocca sul dipinto per raccontare appunto la sua vita. C’è un’autobiografia in queste tavole, in questi dipinti.

Ma la cosa poi seconda che mi ha colpito, oltre alla pittura e al colore, è che non ci sono volti. Sono dipinti in cui non si vedono delle facce, non ci sono ritratti, non ci sono facce, solo delle sagome. Anche dove la donna si mostra nella sua pienezza, ha le gambe aperte , si offre ma non ha un volto.

Io, che ho per la pittura di ritratto una particolare predilezione perché è lì che senti, nel volto, l’anima dell’artista, mi chiedo che cosa abbia tenuto Vandelli così lontano dal volersi specchiare in un volto o specchiare il suo volto in quello di una persona ritrattata.

E’ un’umanità senza volto, è un’umanità dove sono tutti uguali, fatta di persone distinte, ma che lui riserva solo per la sua dimensione interiore, le tiene per sé, non le mostra agli altri. E’ questa la cosa che mi ha colpito di più, diciamo l’idea di vedere spazi, di vedere sagome, di vedere forme umane… C’è un rapporto tra la figura e lo spazio, ma quella figura potrebbe essere chiunque di noi. L’uomo nella sua identità democratica, cioè quella per cui non c’è un popolo di gente che non è nessuno e invece alcuni che sono tutto.

Oggi, tolti gli artisti che riescono ad affermarsi, uno è uguale all’altro, uno vale uno, e forse Vandelli nella sua pittura intende rappresentare un’umanità che ha dignità però non ha volto, non ha quindi una forza individuale che meriti di essere rappresentata. Buona parte della pittura del passato è fatta di eroi, Carlo V, Filippo II, Cristo, la Maddalena, sono ognuno personaggi che per la storia che hanno vissuto o nella leggenda che rappresentano, sono emblemi per noi, sono uomini, sono donne, per tutti. Oggi forse non c’è più quell’uomo, tanto è vero che non ci sono più monumenti equestri, monumenti nelle piazze, ritratti.

I ritrattisti sono generalmente dei pittori che fanno poco più di quello che fa la fotografia, cioè fanno ossequio a qualcuno che gli paga il dipinto; appena vedi il ritratto di qualcuno senti che suona falso perché è come se la pittura volesse amplificare il valore di uno che in fondo non è tanto più degli altri. E quindi ci sono alcuni pittori di ritratto, penso a Ulisse Sartini per esempio per gli ultimi, in passato ci fu Annigoni o Donizzetti, che sembrano attribuire più importanze di quella che hanno le persone perché il loro compito è di celebrare qualcuno che gli ha chiesto un ritratto.

Un pittore libero fa fatica a fare un ritratto perché dovrebbe trovare una persona che se lo merita. E quindi questo Vandelli lo ha evitato. Però l’umanità c’è, ci sono i sentimenti, ci sono le emozioni, c’è il dolore, c’è la felicità, c’è la sofferenza; la pittura deve continuare a rappresentare quelle condizioni, ma per chiunque, alla pari, così come in un ospedale non ottiene più cure chi è più ricco. Gli ospedali sono i primi luoghi in cui il popolo assume una dimensione democratica…”

…”gli individui hanno assunto una dignità sempre più alta e questa pittura è una pittura democratica che attribuisce agli individui una pari dignità senza distinguere con gerarchie che indichino uno più grande dell’altro. La gerarchia rimane soltanto quella personale, per cui tu vuoi mostrare il volto o il corpo di una persona che ti è cara. L’amore può generare un dipinto che è pieno di un sentimento personale, quindi non è escluso che nel percorso dell’artista ci possa essere un momento in cui lui stabilisce chi è importante per sé, attribuendogli una maggiore distinzione. Per intanto, qui, Vandelli ha fatto una presentazione molto ampia e  molto variegata di un’umanità di uguali che sono anche i suoi amici, gli amici morti, gli amici che hanno avuto un incidente, il urlo che lui mi raccontava prima, in fondo sono valori del suo cuore, ma nella pittura devono diventare qualcosa che ha un significato simbolico, quindi astratto, quindi emblematico, che possa valere anche per noi. Non ha senso che io parli di quello che è toccato a me, devo parlare di qualcosa che tocca tutti, e in quel momento il quadro diventa la presentazione di una condizione umana che ognuno può condividere. Credo che sia questo il punto cui è arrivato Vandelli.

I quadri hanno una buona armonia cromatica, sono di grandi dimensioni, che è importante perché il pittore si applica a un corpo a corpo con il dipinto. Sente la necessità di mostrare di avere il quadro davanti come se avesse una persona, appunto, con cui dialogare , con cui misurarsi. E quindi la grandezza dei dipinti è la volontà non di fare un quadretto alla Morandi, come il mio amico Serri potrebbe pensare, un modo per non chiudere in un piccolo spazio un’emozione interiore, ma sono quadri grandi perché l’artista vuole mettersi in gioco, vuole giocare una partita importante, far sentire che la pittura che esprime vuole investire anche gli altri, non è soltanto una sua riflessione, una sua meditazione interiore.

Queste sono le meditazioni che mi vengono naturali vedendo queste opere, tanto più che essere stabiliscono un contrasto evidente con l’ambiente in cui sono; farebbero sicuramente un altro effetto forse in uno spazio prettamente vuoto e bianco, forse potrebbero addirittura essere più valorizzate perché prenderebbero campo loro, mentre qui sono disturbate da cornici, porte, quadri che sono addirittura di dietro e, può darsi talvolta che il quadro che è di dietro abbia un’intensità spirituale superiore. Ma come ogni artista, un artista non guarda gli altri artisti con misericordia, li cancella, coprendo anche tre o quattro quadri che potevano competere con le sue opere e avere una buona ragione.

E questo, come dire, asfaltare, superare il passato non è una forma di maleducazione o di prepotenza, è una forma di orgoglio per quello che uno fa. Dice: – questo è il mio momento, questo è il mio compleanno, questo è il momento in cui Sgarbi parla di me, quindi io devo parlare con voi, gli altri hanno già parlato o parleranno -.

Per cui è una buona giornata anche per me, che mi muovo tra antico e moderno, tra arte e vita, … che prendo atto dell’incontro con Vandelli e di questa pittura senza volto perché occorre che qualcuno meriti di avere un volto. Avere una faccia è qualcosa che uno deve conquistare. Molti anche se hanno una faccia, non ce l’hanno e quindi tanto vale non dargliela.

In questa visione democratica e insieme anche un po’ superiore rispetto alla realtà, Vandelli si mostra a noi con la misura di chi non vuole strafare, vuole dire qual è il suo pensiero rispetto alle cose e raccontarci stati d’animo, sentimenti, emozioni senza rivelare fino in fondo il suo segreto. Verrà in un altro momento.

D’altra parte anche Schifano, a cui lui assomiglia in parte, non era stato un grande pittore di ritratti, ma quando poi ha fatto il volto di Moravia ne ha fatto sentire la spiritualità, quando ha fatto il suo ritratto ne ha fatto sentire la dimensione divisa. quindi ci sarà anche un momento in cui, finalmente, Vandelli ci farà vedere il suo volto insieme ai volti dei tanti che sono stati vicini a lui.”

– Vittorio Sgarbi –

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